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mercoledì 27 luglio 2011

IL GIALLO A PUNTATE - IL CASO DI ROCCAVENTOSA - CAPITOLO III

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  Durante gli ultimi anni di regime, la caserma era stata sede di una frangia estremista della Milizia. Dal “43 la sede era rimasta vacante. Dopo la guerra, era stata comandata da un agente capo ed un assistente. C’era da fare un po’ d’ordine e, infine, il posto sarebbe stato retto da un sovraintendente di Polizia. E tanto sarebbe bastato, in quanto il posto era più che tranquillo.
  Nella città vicina c’era una buona caserma dei Carabinieri, diretta da un certo Capitano Clerici, con cui vi era buon rapporto di collaborazione per controllo del territorio, che non presentava problemi particolari, salvo qualche recente episodio di brigantaggio.
  Parlando, il tempo trascorse velocemente. Giunsero in prossimità della meta. All’orizzonte, in fondo alla strada bitumata di fresco che attraversava come un nastro grigio una bella campagna coltivata ad uliveti e vigne, svettava Monte Croce e su, in cima, si vedeva il centro abitato di Roccaventosa. Più si avvicinavano, più si distinguevano il castello, i campanili e le case che sembravano quasi scivolare giù dal pendio aspro della rocca.
  Sandro pensò che dal mare di Napoli e da quello quasi affricano di Porto Empedocle, ora era finito sul cucuzzolo di una montagna. Per fortuna era primavera. Immaginava inverni freddi e rigidi lassù.
  Ferrara ingranò la seconda e cominciò ad inerpicarsi su per la salita. A circa metà dell’erta, ad un incrocio con la strada provinciale proveniente da nord est, incrociarono un carro funebre, vuoto, cui l’agente diede la precedenza.
  Costa vedendo il carro e scorgendolo vuoto, da buon napoletano, fece i debiti scongiuri.
  Giovanni spiegò che il carro era diretto al Castello di Roccaventosa, in quanto il giorno prima era morta la vecchia principessa Clelia Papaleo.
  Raccontò che la poverina era stata trovata riversa a terra, nella serra del giardino d’inverno, dalla cameriera Rosa, che era andata a cercarla verso le sette di sera perché tardava a rientrare per la cena. L’aveva trovata morta.
  «Le mani serrate come in uno spasmo nervoso, i muscoli del collo e della testa completamente irrigiditi, tanta bava alla bocca mista a sangue, mucose rosse, povera signora. A me ha riferito tutto mia moglie che è amica di Rosa. Sa, siamo vicini di casa».
  Rosa doveva essere la classica comare di paese, un bel po’ pettegola, che aveva parlato a lungo dello spiacevole ritrovamento del cadavere con la vicina.
  Ferrara riferì tutti i particolari più per dovere di cronaca che per altro.
  Ma, alle sue parole, Costa ebbe un guizzo.
  «Bava alla bocca mista a sangue, mucose rosse! E nessuno ha pensato ad un avvelenamento?»

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