.... per chi inizia a leggere solo ora:
CAPITOLO II
IL VIAGGIO DI RITORNO
L’ispettore Sandro Costa guardava il panorama dal finestrino della littorina che stava per condurlo a Messina. Da lì si sarebbe imbarcato per Reggio e avrebbe continuato il viaggio in treno.
Erano passati altri tre lunghi mesi dal famoso telegramma del Ministero che gli annunciava l’atteso trasferimento.
Addolcito dal meritato premio, gli avevano rifilato tutti i turni di reperibilità capitati durante le feste di Natale. Era riuscito a salire a Napoli, in nave solo per festeggiare il Capodanno con la sua Maria e i familiari sobbarcandosi però due nottate pressoché insonni sulla Amerigo Vespucci Palermo-Napoli, Napoli-Palermo.
Finalmente stava per lasciare la Sicilia.
Non che ci fosse stato male! Aveva patito solo la lontananza da casa, la difficoltà a tornare, almeno mensilmente, e la pericolosità indubbia dell’incarico.
Stroncato il fascismo e finita la guerra, le cosche mafiose si erano riorganizzate più forti di prima, intessendo legami malavitosi con l’America. E Sandro si era trovato, al primo incarico, a fare i conti con una delinquenza tutt’altro che ordinaria.
Per il resto aveva gradito il soggiorno in una terra calda e ospitale, dove la maggior parte della gente era povera, ma onesta, umile, ma prodiga.
Nel paese di Villa Setosa quasi tutti avevano fatto a gara per averlo ospite a pranzo qualche domenica o per avere con lui perlomeno rapporti di affabile cortesia.
Aveva sempre alloggiato in caserma.
La colazione la faceva in piazzetta, d’estate e d’inverno, al Caffè RUSSO. Lì, la signora Concetta lo trattava quasi come una mamma. A seconda della stagione, cominciava la giornata con una tazza di latte fumante o con un bicchiere di granita alle mandorle. Dopo due chiacchiere cogli avventori abituali, come il maestro di scuola Guglielmi, il farmacista e talvolta Don Franco, se ne saliva in ufficio. Lì trovava l’agente di turno, Ciro Esposito o Antonio Santamaria, che lo accoglieva, al solito, battendo i tacchi.
«Comandi, dottò, buongiorno».
«Buongiorno, Ciro, stai comodo. Và, facimm’c prima na tazzutella ‘e cafè e poi abbiamm a jurnata».
Ciro veniva da Napoli, come lui.
Anzi l’aveva trovato ad accoglierlo tre anni prima, alla Stazione Centrale di Agrigento, in Piazza Mercato con la macchina di servizio. Si trovava lì già da due anni. Era cinque sei anni più grande di lui.
Ciro in Sicilia aveva messo radici. Appena arrivato aveva conosciuto una bella ragazza del posto, di famiglia semplice e contadina. Si era innamorato e se l’era sposata.
Rosalia Spinò era bella, sana, tranquilla. Non aveva grandi sogni, grandi velleità o grilli per la testa. Ma aveva puntato subito gli occhi sul nuovo arrivato dal continente. Ciro ci scherzava su:
«Dottò, sapit’, è o’ fascino ra divisa» e così, come diceva lui stesso, era finito “dritto dritto in trappola”. Matrimonio e due bei gemelli.
«Dottò», raccontò Ciro al loro primo incontro, «ho fatto subito, int’a roje anni, aggio arricettat e fierr».
L’ispettore Costa, nel suo solitario viaggio di ritorno verso Napoli, mentre guardava il panorama in esplosione primaverile, con gli occhi della mente ricomponeva i ricordi.
Sembrava ieri che era arrivato alla stazione e aveva trovato la faccia allegra di Ciro ad accoglierlo.
L’agente, dalla posa rigida dell’attenti, si era sciolto subito in un sorriso e in atteggiamenti simpatici, vedendo il suo superiore appena arrivato e apprezzando, che nonostante i gradi, il dottor Costa fosse più giovane di lui, napoletano come lui e molto alla mano.
Ciro gli aveva fatto buona compagnia e si era mostrato un valido collaboratore, leale, solerte, ubbidiente.
Eseguiva sempre alla lettera i suoi ordini, faceva da tramite con gli altri ed aveva un legame diretto, spesso molto utile, con la realtà locale. Avevano compiuto insieme tante missioni. Ma ora quel capitolo era definitivamente chiuso. Costa abbandonò il registro dei ricordi e innestò la marcia dei pensieri rivolti al futuro.
Aveva avuto il meritato trasferimento. Si avvicinava a casa. Al primo incarico era stato sbattuto in una terra bellissima, ma praticamente ai confini dell’Italia, nel sud estremo. Aveva patito un caldo torrido per quattro mesi all’anno, la lontananza, le preoccupazioni, le minacce della malavita organizzata.
Ma ora, finalmente, avrebbe goduto di una settimana di congedo, per Pasqua, da trascorrere nella sua Napoli con Maria e poi sarebbe partito per l’Abruzzo. Gli avevano affidato, al secondo incarico, una sede tranquilla, montana, nel centro dell’Italia.
Esattamente l’opposto della precedente. Che strano!
In realtà, Roccaventosa, lì era stato assegnato, era distante un centinaio di chilometri da Napoli ed era una sede vacante da poco. Probabilmente l’incarico sarebbe durato per un breve periodo. Solo il tempo di riordinare una situazione da un po’ lasciata a se stessa. In seguito, forse, il comando del posto sarebbe passato ad un sottufficiale, con l’ausilio di un paio di agenti, organico più che sufficiente per gestire la routine e assicurare l’ordine pubblico di una cittadina di provincia, in una regione tranquilla.
Roccaventosa contava qualche migliaio di abitanti, era ben sviluppata, aveva un’economia che dopo la guerra si andava riorganizzando.
Il nucleo originario del paese era posto su di una bella altura da cui prendeva il nome, non troppo lontano da centri più grandi e da nodi stradali.
Ma sì, si sarebbe trovato bene ed ogni quindici, venti giorni avrebbe potuto fare una capatina a Napoli.
Costa concluse il suo primo bilancio di lavoro da giovane ispettore di polizia. Positivo. Con concrete possibilità di miglioramento, grazie alla sua ambizione, alla laurea ormai in tasca e a tanta voglia di andare avanti.
CAPITOLO III
E SE IL BUONGIORNO SI VEDE DAL MATTINO...
L’ispettore Costa si stava riflettendo nel vetro del finestrino.
Era indubbiamente un bel ragazzo, alto, magro, impostato, capelli castani, corti, ricci, impomatati di brillantina, una fossetta sulla guancia destra, non appena accennava ad un sorriso. Occhi neri, intensi, mani grandi, possenti, voce calda e profonda. Aveva successo con le donne. Le occasioni non gli erano mai mancate, né a Napoli, da ragazzo, né durante la guerra, che aveva combattuto in Grecia e per poco al nord, a Como, né ad Agrigento.
E poi c’era Maria. Ma, Maria, era un’altra cosa. Era l’amore, l’amore vero. Ed era un tacito impegno morale, assunto con la sua famiglia, la sua terra, la storia comune alla sua, di sposarla e di farne una donna onesta e più fortunata delle loro stesse madri.
Certo l’amore non gli aveva mai impedito di vivere le sue esperienze. Nella sua bella testolina riccia e mora, l’una cosa non escludeva l’altra. L’importante era tenere le due cose separate e lontane e finora c’era riuscito a meraviglia, anche se adesso Maria incalzava con il desiderio pressante di sposarsi.
Per il momento l’aveva rabbonita con la richiesta che prima si diplomasse alle Magistrali.
La ragazza, più per farlo contento che per sé stessa, aveva accettato e passava le sue giornate tra la scuola e lo studio.
Costa aveva trascorso la settimana del congedo ottenuto per Pasqua a casa. Poi era nuovamente partito in treno da Napoli. Si sentiva quasi un commesso viaggiatore.
Stava attraversando la campagna fertile della Campania settentrionale, un po’ specchiandosi al finestrino, un po’ guardando fuori il panorama di frutteti e pioppeti in bell’ordine, peschi meravigliosi in veste primaverile rosa confetto e mandorli in bianco, teorie di pioppi in riga e in fila, come un esercito in ordine, quasi schierato sull’attenti.
Il viaggio in treno durò relativamente poco. Sandro era abituato a ben altri itinerari. Dopo un’ora circa scese a Caianello.
Lì trovò ad attenderlo l’assistente capo Giovanni Ferrara, venuto a prenderlo con la macchina di servizio.
Continuarono il viaggio per circa un’ora, in parte sulla Casilina, in parte sulla strada statale 85, sempre in auto, fino a Roccaventosa. Ferrara era nativo abruzzese. Lo accolse con deferenza. Fecero le dovute presentazioni. Costa consegnò il suo scarno bagaglio al collaboratore che lo sistemò nel bagagliaio della Lancia Augusta d’ordinanza color cremisi. Quindi partirono.
Il viaggio fu tranquillo. Il paesaggio primaverile era composto, punteggiato da poche case. Incrociarono rare auto, qualche carretto trainato da muli o cavalli, qualcuno in bicicletta, un gregge. Attraversarono due, tre centri abitati.
Giovanni ragguagliò l’ispettore sulle caratteristiche del posto e sulla natura, piuttosto amministrativa, dell’incarico. Roccaventosa era sede di una sovraintendenza.
Durante gli ultimi anni di regime, la caserma era stata sede di una frangia estremista della Milizia. Dal “43 la sede era rimasta vacante. Dopo la guerra, era stata comandata da un agente capo ed un assistente. C’era da fare un po’ d’ordine e, infine, il posto sarebbe stato retto da un sovraintendente di Polizia. E tanto sarebbe bastato, in quanto il posto era più che tranquillo.
Nella città vicina c’era una buona caserma dei Carabinieri, diretta da un certo Capitano Clerici, con cui vi era buon rapporto di collaborazione per controllo del territorio, che non presentava problemi particolari, salvo qualche recente episodio di brigantaggio.
Parlando, il tempo trascorse velocemente. Giunsero in prossimità della meta. All’orizzonte, in fondo alla strada bitumata di fresco che attraversava come un nastro grigio una bella campagna coltivata ad uliveti e vigne, svettava Monte Croce e su, in cima, si vedeva il centro abitato di Roccaventosa. Più si avvicinavano, più si distinguevano il castello, i campanili e le case che sembravano quasi scivolare giù dal pendio aspro della rocca.
Sandro pensò che dal mare di Napoli e da quello quasi affricano di Porto Empedocle, ora era finito sul cucuzzolo di una montagna. Per fortuna era primavera. Immaginava inverni freddi e rigidi lassù.
Ferrara ingranò la seconda e cominciò ad inerpicarsi su per la salita. A circa metà dell’erta, ad un incrocio con la strada provinciale proveniente da nord est, incrociarono un carro funebre, vuoto, cui l’agente diede la precedenza.
Costa vedendo il carro e scorgendolo vuoto, da buon napoletano, fece i debiti scongiuri.
Giovanni spiegò che il carro era diretto al Castello di Roccaventosa, in quanto il giorno prima era morta la vecchia principessa Clelia Papaleo.
Raccontò che la poverina era stata trovata riversa a terra, nella serra del giardino d’inverno, dalla cameriera Rosa, che era andata a cercarla verso le sette di sera perché tardava a rientrare per la cena. L’aveva trovata morta.
«Le mani serrate come in uno spasmo nervoso, i muscoli del collo e della testa completamente irrigiditi, tanta bava alla bocca mista a sangue, mucose rosse, povera signora. A me ha riferito tutto mia moglie che è amica di Rosa. Sa, siamo vicini di casa».
Rosa doveva essere la classica comare di paese, un bel po’ pettegola, che aveva parlato a lungo dello spiacevole ritrovamento del cadavere con la vicina.
Ferrara riferì tutti i particolari più per dovere di cronaca che per altro.
Ma, alle sue parole, Costa ebbe un guizzo.
«Bava alla bocca mista a sangue, mucose rosse! E nessuno ha pensato ad un avvelenamento?»
«Ma no, dottò, deve essere stato un ictus, la signora era anziana, deve aver battuto a terra con la testa cadendo. Ho constatato di persona, quando ieri sera stessa sono andato di persona a porgere le condoglianze.»
«La camera ardente è stata allestita nel salone principale del castello. La signora è stata preparata su di un catafalco ammantato da un panno di velluto, con le insegne della famiglia Papaleo. Tra le mani un rosario di legno chiaro, fiori bianchi in tutte le sale del castello, il viso coperto da un velo di tulle, si intravedeva verde, bilioso».
«La signora, veramente signorina, era molto amata da entrambi i nipoti, dalla servitù e da tutta la popolazione di Roccaventosa; apparteneva ad una famiglia ricca e prodiga che ha dato lavoro a molta gente in paese …».
«È stato interpellato un medico legale o perlomeno il medico condotto? Il certificato necroscopico che dice?»«Niente, dottò. Tutto regolare. Nessun esame, nessun certificato. È morta, si è pensato, di ictus, come il fratello Don Alfonso, anni fa, e il vecchio principe Edoardo. Sa, una donna anziana, di 74 anni, che godeva di discreta salute, ma con qualche acciacco dell’età. È morta ieri pomeriggio. È stata portata in casa a gran fatica, ha detto Rosa, era completamente rigida, benché fosse appena morta. L’hanno dovuta trasportare su una sorta di lettiga, su un carretto. Tutta la servitù si è adoperata. L’hanno lavata, preparata, vestita. Ma ci è voluta la sarta, mi pare di aver capito che hanno dovuto cucirle l’abito addosso. Ma ha ricevuto i dovuti omaggi. La voce si è sparsa immediatamente in paese e il castello si è riempito di gente. Credo che i funerali ci saranno domani pomeriggio.»
«No, Ferrara, no. Da quel poco che mi hai raccontato ho motivo di ritenere che la cosa possa essere andata in maniera meno naturale di quel che credi. La colorazione rossa delle mucose e la perdita di bava dalla bocca mista a sangue, le labbra retratte, ma soprattutto questo irrigidimento di testa e collo, sai, si chiama opistotono, che ha reso difficile svestirla e rivestirla, potrebbe essere un chiaro sintomo di avvelenamento.»
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